La storia, parte 10

IL FASCISMO E LE LEGGI RAZZIALI

L’arrivo dell’Italia liberale a Trieste, nel 1919, spazza via le ultime discriminazioni ancora in vita. Ma la libertà sarà un intermezzo molto breve prima della catastrofe della Shoah. Nel settembre 1938, in un discorso pronunciato proprio a Trieste, in piazza Unità, Benito Mussolini annuncia infatti la promulgazione delle leggi razziali. Dopo una serie di misure restrittive tese a isolarli ed emarginarli, si sancisce così la completa espulsione dei cittadini ebrei dalla società civile.

La componente ebraica, in particolar modo a Trieste, da secoli è profondamente integrata. Partecipa alla costruzione dello stato e della società, in taluni casi occupa posizioni chiave in campo politico o economico e per certe sue componenti, soprattutto d’appartenenza borghese, è stata anche vicina al movimento fascista. Le leggi razziali rappresentano dunque uno choc, un momento di profonda rottura sociale e, data la rilevanza della Comunità ebraica, hanno una portata particolarmente drammatica e complessa.

Nel giro di pochi anni gli ebrei sono espulsi dalle scuole, dagli impieghi pubblici, dall’esercito, dall’insegnamento, dalla direzione e dalla proprietà di medie e grandi aziende, dall’esercizio delle professioni, dall’industria teatrale e cinematografica. Si limita il loro diritto di proprietà e, con effetto retroattivo, si revoca la cittadinanza italiana a quanti l’hanno ottenuta dopo il 1919, creando così circa 500 apolidi privi di ogni protezione, impossibilitati anche a emigrare perché privi di passaporto. La discriminazione estromette impiegati, funzionari e dirigenti ebrei dalla Borsa, da molte banche, dalla Cassa di risparmio, dalle società culturali e sportive, dall’università e colpisce in modo sistematico i vertici delle compagnie assicurative, quali le Assicurazioni Generali e la Ras, che proprio alla componente ebraica dovevano le proprie origini.

Molte aziende passano a una proprietà ariana, ad esempio il quotidiano Il Piccolo, la Raffineria Aquila, gli Oleifici Luzzati o la Società istriana dei cementi. Infine, il 22 febbraio 1939, viene sciolta la Comunità israelitica che fino allora aveva rappresentato un elemento fondamentale di riferimento e di coesione.

VERSO LA SHOAH

L’applicazione delle leggi razziali si accompagna al montare dell’antisemitismo popolare. Dal 1941, anche sulla scia degli eventi bellici, la persecuzione si fa via via più aspra. Accompagnato dall’ossessiva propaganda dei giornali (la polemica del periodico “La Porta orientale” coinvolgerà nel 1942 anche lo scrittore Giani Stuparich, di madre ebrea), il sentimento antiebraico trova terreno fertile, nella sua versione più aggressiva, soprattutto in certi ambienti squadristi e studenteschi. Gli incidenti e i maltrattamenti si susseguono fino alla devastazione, il 18 luglio 1942, della maestosa Sinagoga.

Un gruppo, fra cui dopo si accerterà la presenza di sette squadristi, irrompe nel Tempio i cui esterni negli anni precedenti erano già stati imbrattati di fasci e svastiche. I banchi vengono rovesciati e spaccati, i lampadari abbattuti al suolo, i libri distrutti e bruciati, le due grandi menoròt (candelabri) dell’altare completamente ritorte. Nelle stesse ore sono presi di mira anche l’oratorio e gli alloggi per gli emigranti di via del Monte 7. Le intimidazioni e le aggressioni contrassegnano anche il 1943, anno che rappresenta un momento di drammatica svolta per la Comunità di Trieste, culminando a maggio in un feroce saccheggio dei negozi di proprietà ebraica.

Solo due mesi più tardi la caduta del regime fascista e la costituzione del governo Badoglio lascia intravedere una speranza di libertà. Ma l’8 settembre del 1943 scatta il piano d’occupazione tedesco e Trieste, capoluogo del Litorale adriatico, viene posta sotto il diretto controllo germanico. La politica antisemita volge ora alla soluzione finale.

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